Alcuni uccelli di interesse conservazionistico

La Valle Bavona possiede una responsabilità di conservazione a livello continentale per le seguenti specie (categoria A):

Balia dal collare
La Balia dal collare (Ficedula albicollis) è un piccolo Passeriforme lungo fino a 13 cm e con un’apertura alare di 22-24 cm. Il piumaggio è bianco e nero nel maschio e marroncino nella femmina. I maschi adulti durante il periodo riproduttivo sono facilmente riconoscibili per la presenza di un largo collarino bianco; è inoltre presente una macchia bianca sulla fronte e sulle ali, una chiazza bianca sul groppone. È una specie migratrice presente in Europa da fine aprile ad agosto. Trascorre l’inverno in Africa a Sud del Sahara. In Svizzera è nidificante esclusivamente nelle regioni di lingua italiana. La Balia dal collare nidifica infatti ora solo in Ticino, in cavità di alberi cavi oppure in cassette nido artificiali. In alcuni boschi planiziali della Valle Bavona sono segnalate alcune tra le popolazioni più importanti della Ticino e una loro conservazione rappresenta pertanto una responsabilità elevata. L’associazione per lo studio e la conservazione degli uccelli della Svizzera italiana FICEDULA si sta occupando di un progetto dedicato a questa specie. Per maggiori informazioni contattare balia@ficedula.ch.

Piro piro piccolo
Il Piro piro piccolo (Actitis hypoleucos) è un piccolo limicolo molto discreto che nidifica al suolo esclusivamente negli ambienti pionieri delle zone alluviali. Questo uccello migratore trascorre più della metà dell’anno fuori della Svizzera, in Africa e in Europa meridionale. In primavera centinaia di individui sorvolano il nostro paese diretti al Nord, mentre solo qualche coppia si ferma per riprodursi.

Durante questi ultimi decenni, a causa della regolazione dei corsi d’acqua, del degrado dei paesaggi alluvionali e delle attività di svago, questa specie è progressivamente scomparsa dalla maggior parte delle regioni di bassa altitudine d’Europa. In Svizzera il Piro-piro piccolo colonizza attualmente unicamente le zone alluviali situate nelle grandi valli fluviali delle Alpi e delle Prealpi. La Valle Bavona non possiede una vocazione particolarmente pronunciata per questa specie come invece quella della zona alluvionale presente tra Someo-Giumaglio, tuttavia vi sono alcune osservazioni di probabili nidificazioni nel 1998 nei pressi di Sabbione. Risulta interessante seguire le popolazioni esistenti e valutare la possibilità di realizzare interventi di gestione in suo favore.

Gufo reale
Il Gufo reale (Bubo bubo) è il più grosso rapace notturno europeo. L’apertura alare della femmina è di poco inferiore a quella dell’aquila, e lo spettro alimentare può comprendere anche animali di media taglia come lepri, giovani volpi e cornacchie, più comunemente si ciba di ricci, ratti, roditori e piccoli uccelli.

Il Gufo reale è riconoscibile, oltre per il corpo massiccio (60-75 cm), per la sua grande testa con due ciuffi di penne erigibili, i dischi facciali e due grandi occhi giallo-arancio. Gli adulti sono sedentari e se i loro territori non vengono distrutti o disturbati, possono rimanere nello stesso nido per molte generazioni. In libertà può vivere fino a 20 anni.

Nelle nostre valli la presenza del Gufo reale è molto sporadica e difficile da valutare con precisione. Essendo un uccello essenzialmente notturno e crepuscolare che vive in aree boscose, rocciose e accidentate, esso risulta molto difficile da osservare e perciò é probabile che gli effettivi siano sottovalutati rispetto alla distribuzione reale. Anche il suo canto, sebbene sia udibile a grande distanza, si concentra tra la fine dell’inverno e fino a febbraio-marzo, periodi non proprio ideali per fare una passeggiata al tramonto per censire la specie.

Il Cantone Ticino rappresenta una regione privilegiata per il Gufo reale, purtroppo però la grande densità di fili aerei, tralicci e pali delle linee elettriche, incidono notevolmente sulla stabilità della popolazione di Gufo reale a causa delle frequenti collisioni mortali e sulla possibilità quindi di occupare in modo ottimale il territorio. Visto che la specie è rara e vulnerabile di estinzione, essa è considerata prioritaria di conservazione a livello Svizzero e anche in Ticino gode quindi di una particolare attenzione. La sua protezione totale ha permesso in molte regioni d’Europa di incrementarne gli effettivi e alcuni progetti di reintroduzione hanno avuto buon esito permettendo al Gufo reale di rioccupare delle zone abbandonate da molti anni. Un ottimo auspicio anche per i nostri Gufi reali!

In Vallemaggia il Gufo reale è stato segnalato in modo sporadico in alcune regioni, sia sul fondovalle sia nelle valli laterali. Per una questione di protezione della specie le localizzazioni precise dei territori non vengono diffuse.

Fagiano di monte

Il Fagiano di monte o Gallo forcello (Tetrao tetrix) è una specie di interesse conservazionistico (cat. a) dalle elevate esigenze in termini di qualità di habitat. Si tratta di una specie cosiddetta ombrello in quanto, viste le sue particolari esigenze ambientali, se si riesce a mantenere un habitat che le è favorevole, allora anche altre specie meno sensibili potranno trarne dei benefici. Questo ne fa una specie interessante da utilizzare per pianificare interventi di valorizzazione dell’habitat. La Valle Bavona non è una regione particolarmente favorevole al Fagiano di monte, tuttavia esso è presente e nidifica su entrambi i versanti al limite del bosco, nelle brughiere di arbusti nani inserite a mosaico su superfici erbacee e larici. Interventi di valorizzazione del suo habitat hanno senso sugli alpeggi più vasti con presenza di zone con pendenze moderate. La Coturnice e il Francolino di monte dipendono anch’essi dalla disponibilità di questi ambienti strutturati. L’eccessiva avanzata degli arbusti e del bosco influenza pertanto negativamente sia questi uccelli che numerose altre specie di interesse conservazionistico, quali per esempio le farfalle, taxa ben rappresentato in Valle Bavona.

Aquila
Considerata giustamente la regina dei nostri cieli e figura emblematica assieme al camoscio e allo stambecco delle nostre alpi, l’aquila (Aquila chrysaetos) essa ha paradossalmente rischiato nel secolo scorso l’estinzione. L’aquila è stata perseguitata per secoli poiché a torto considerata una minaccia diretta per l’uomo e perché predatrice di selvaggina pregiata. La sua distruzione era autorizzata e incentivata attraverso taglie dalle autorità di quei tempi. Solo una protezione totale a livello nazionale in vigore dal 1953 ha permesso alle popolazioni di questo magnifico e utile rapace di riprendersi e di rioccupare in modo completo le nostre montagne.

L’aquila vive sulle alpi dai 1’000 ai 3’000 metri di quota. L’areale di caccia, situato al di sopra del luogo di nidificazione, è caratterizzato principalmente da zone aperte e pascoli alpini ricchi di marmotte. Ma anche lepri, tetraonidi, giovani volpi, piccoli roditori rientrano nella sua dieta. In inverno, in mancanza delle marmotte, essa si ciba volentieri dei cadaveri degli ungulati morti di fame, di debolezza oppure a causa delle valanghe.

L’aquila, che può vivere oltre 20 anni, in genere rimane fedele al proprio partner e al proprio territorio, difendendolo tutto l’anno dagli intrusi. Il nido si trova in luoghi molto discosti e di accesso impossibile, e di norma tra luglio e agosto un solo giovane prende l’involo.

Sebbene l’aquila non abbia nemici naturali, la sua sopravvivenza sulle nostre montagne è sempre più in conflitto con lo sviluppo del turismo di montagna. In alcuni casi è stato osservato come l’interruzione della cova per poco tempo a causa dei passaggi di parapendii o di elicotteri, abbia provocato la morte degli embrioni nelle uova. Un comportamento rispettoso da parte dei turisti nelle vicinanze dei nidi va perciò incentivato e divulgato.

L’ottimismo è comunque di rigore, poiché questo maestoso uccello negli ultimi decenni ha potuto beneficiare, oltre che della protezione totale, anche dell’aumento della popolazione di ungulati su tutto l’arco alpino, fonte di cibo indispensabile per il periodo invernale. Si prospetta perciò un futuro roseo per il rapace più grande d’Europa.